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La loudness war

Guerra senza spargimento di sangue ma con vittime solo tra i consumatori

Un sistema acustico per il rilevamento di attacchi aerei, 1930 circa

Introduzione

True Blue - Madonna

True Blue - Madonna

La loudness war o guerra del volume, ha origini lontane. Le prime avvisaglie di tale fenomeno risalgono all’introduzione del CD ma esistevano già, in buon parte, quando il vinile era il mezzo primario di diffusione di massa della musica. Le case discografiche per diffondere i brani più importanti dei loro artisti di punta pubblicavano dei 45 giri che venivano fatti suonare nei jukebox presenti nei bar della città.

Il jukebox aveva un volume di uscita fisso che era deciso dal proprietario del locale ma i dischi che avevano un livello di registrazione più alto rispetto agli altri guadagnavano una maggiore attenzione da parte del pubblico. Il credo secondo cui louder is better ha così influenzato molte persone all’interno dell’industria discografica finendo per fare molte inconsapevoli vittime. Le prime tra queste sono state di sicuro gli ascoltatori occasionali o quelli forse più distratti che negli anni hanno rappresentato la maggior parte degli acquirenti. E per meglio farvi comprendere ciò di cui parlo, provate ad organizzare un piccolo test. Fate ascoltare ad un gruppo di persone una canzone ad un certo volume o livello di pressione sonora. Riproponete poi la stessa canzone ad un volume più alto rispetto al primo ascolto. Nove volte su dieci vi verrà detto che suona meglio il brano riprodotto ad un volume più alto. Se provate a chiedere il perché vi verrà risposto che l’ascolto è più coinvolgente ed emozionante. Questo può essere vero, ma al di là di quella che può essere solo una sensazione soggettiva, esistono anche delle precise ragioni tecniche e scientifiche. Vediamole quindi più da vicino.

Per quanto riguarda le ragioni tecniche, va rilevato che la maggior parte degli amplificatori, degli altoparlanti e delle cuffie, all’aumentare o al diminuire del volume, non riproducono tutte le frequenze allo stesso livello. A volumi molto bassi si può avere quindi l’impressione che le frequenze più alte e quelle più basse siano più forti rispetto a quelle medie. Diversamente, non appena si alza il volume a livelli di ascolto normali o superiori è possibile sentire l’intera gamma di frequenze in modo più uniforme con la netta impressione che la canzone abbia un maggior impatto ed efficacia. E qui entrano in ballo le ragioni scientifiche. L’orecchio umano sente le frequenze comprese fra un minimo di 20 Hz e un massimo di circa 20 kHz, anche se quest’ultimo limite si abbassa progressivamente con l’età. In tale range di frequenze, l’orecchio risulta essere più sensibile ai suoni compresi fra 1 e 5 kHz, grazie anche alla risonanza del canale auricolare e alla funzione di trasferimento degli ossicini dell’orecchio intermedio. In questo modo all’aumentare del volume aumenta anche la percezione del range di frequenze in cui l’orecchio umano è più sensibile, dando all’ascoltatore la sensazione che tutto suoni meglio e con maggiore presenza.

Vittime e carnefici

Death Magnetic - Metallica

Death Magnetic - Metallica

Se dovessimo classificare tra i protagonisti della loudness war le vittime ed i carnefici dovremmo sicuramente includere da un lato la gamma dinamica della musica e dall’altro i musicisti e i responsabili marketing della case discografiche. La gamma dinamica della musica è l’intervallo tra il picco massimo di volume prodotto da un suono e la minima intensità dello stesso. Per poter raggiungere livelli di volume sempre più alti si deve ridurre in modo piuttosto drastico questo intervallo utilizzando un processo che viene definito compressione. Citando Wikipedia:

La compressione è utilizzata durante la registrazione in studio, oppure in applicazioni live cioè come rinforzo del segnale dal vivo, o ancora in trasmissione radiofonica al fine di ottimizzare il livello del segnale sonoro, in modo che esso venga percepito al meglio, qualunque sia il sistema di riproduzione in uso. In pratica, un compressore è un sistema utilizzato per ridurre l’escursione dinamica di un segnale: tale intervento può incidere sulla fedeltà del suono. Esso consiste in un apparecchio elettronico che realizza un controllo automatico del livello di un segnale audio, con lo scopo di ridurlo. In origine esso è nato per modificare i segnali in uscita da microfoni e trasmettitori audio, al fine di evitare eventuali distorsioni di ampiezza che potrebbero verificarsi durante la ripresa e che depaupererebbero significativamente la qualità. Un caso particolare di compressione è il limiter, che comprime in modo estremamente veloce e garantisce l’abbattimento del livello in caso di picchi.

Detto questo, proviamo a spiegare meglio perché nella loudness war la gamma dinamica è diventata la principale vittima di carnefici quali artisti, responsabili del marketing e, anche se in minima parte, ingegneri del suono. Affinché la musica prodotta e registrata sia sempre più alta, viene usata sempre più spesso nel mastering proprio la compressione, causando tuttavia quell’abbattimento della gamma dinamica che si può facilmente rilevare nella musica moderna. Lo si fa non solo per correre dietro alle ultime tendenze in campo tecnologico, ma soprattutto per le preoccupazioni relative ad un eventuale impatto commerciale negativo nel caso in cui la registrazione suonasse più bassa rispetto agli altri brani in classifica. Si ricorre quindi a tutta una serie di espedienti, spesso di qualità mediocre, con i quali molti artisti cercano di rendere il volume delle loro canzoni il più alto possibile a scapito della fedeltà sonora. Ne nasce una gara in cui non ci sono regole ma solo un unico obbiettivo, far suonare il proprio disco ad un volume più alto rispetto a tutti gli altri. Una gara che nel corso degli anni, a nostro avviso, ha finito solo per peggiorare le cose senza né vincitori né vinti e che ha finito per creare il moderno paradosso di un’ equazione in cui all’aumentare della qualità degli strumenti di registrazione e della tecnologia digitale per la musica riprodotta si è contrapposto l’ abbattimento o per meglio dire l’appiattimento della qualità generale per la musica registrata.

Salvo rare eccezioni, prendendo in considerazione album e artisti anche di fama internazionale, sono molti i dischi che hanno alle spalle produzioni costosissime in termini di tecnologia e tempistiche ma che all’atto pratico risultano poco efficaci da un punto di qualitativo proprio per la ricerca spasmodica di volume o loudness che a dir si voglia. In più, e qui si cela l’altro paradosso, la fruizione che viene fatta oggi della musica ha favorito in maniera netta questa dannosa tendenza alla guerra del volume. La nascita di strumenti di riproduzione sempre più piccoli e trasportabili ha finito per mettere l’ascoltatore in ambienti sempre più rumorosi come posso essere le strade e i centri trafficati delle città. Ci riferiamo ai vari iPod e ai riproduttori portatili di file audio compressi come gli MP3. La diffusione del loro utilizzo ha spinto le case discografiche a fornire agli utenti brani sempre più spinti come volume per evitare un giudizio scarso o di poco impatto su quanto appena scaricato dalle molteplici piattaforme di distribuzione della musica digitale, anche se si è poi visto negli anni che non esiste alcun legame sia in termini pratici che in termini economici tra l’incremento di volume di un brano e il numero di vendite dello stesso. Crediamo quindi che tutto questo sia solo la conseguenza di ingiustificati timori dei responsabili marketing o di qualche artista poco istruito sui reali andamenti del mercato discografico. Ovviamente, limitando e comprimendo la gamma dinamica, si rischia sempre di arrecare qualche danno al brano musicale. Se così non fosse le persone eviterebbero di lamentarsi più di tanto e non punterebbero il dito contro una determinata categoria come ad esempio i mastering engineer che pur di non perdere clienti si sentono obbligati a seguire in tutto e per tutto le volontà delle case discografiche o dell’artista stesso nel processo di finalizzazione di un disco.

Esiste quindi realmente una loudness war? Per rispondere a questa domanda correttamente, può essere utile adottare lo stesso metodo usato nell’elaborazione delle immagini, dove si analizza una foto in base alla distribuzione della luminanza con un algoritmo che fa la scansione di tutti i pixel e li ordina a seconda della loro luminosità. Ne deriva un diagramma di distribuzione che indica se l’immagine, nel suo complesso, comprende aree chiare, medie o più scure e in quale misura. Lo stesso processo può essere eseguito con i brani musicali prendendo ad esempio una scansione di tutti i campioni di una canzone ordinandoli secondo il loro livello assoluto. Se analizzassimo con questo metodo i brani presenti nelle classifiche odierne finiremmo per vedere immagini con superfici molto chiare o fin troppo brillanti. Ugualmente per i brani musicali degli ultimi 20 anni, le immagini che ne ricaveremmo finirebbero per essere progressivamente sempre più chiare con un netto aumento della luminosità nelle registrazioni più recenti. Questa caratteristica osservabile in gran parte nella musica moderna, dove la maggior brillantezza non solo significa una maggiore densità di pixel più chiari ma anche una gamma dinamica nettamente ridotta, è indice di una forma d’onda pesantemente modificata e nei casi peggiori, di distorsione. Anche se in teoria in questo non c’è niente di sbagliato, il buon senso suggerirebbe che tale caratteristica non dovrebbe essere il comun denominatore delle attuali incisioni di musica pop o rock.

Casi eclatanti

Californication - Red Hot Chili Peppers

Californication - Red Hot Chili Peppers

Di casi eclatanti di loudness war nel corso degli anni ce sono stati parecchi. Parliamo di dischi che, essendo vittime della compressione e del limiting selvaggio in fase di mastering, sono divenuti oggetto di critiche molto aspre da parte non solo degli audiofili ma anche dei comuni ascoltatori che tramite petizioni online hanno chiesto a gran voce che il disco venisse rimasterizzato ad dei livelli più bassi. Il supporto musicale più colpito da questo fenomeno è stato sicuramente il CD audio. Dal momento che negli anni ottanta i CD non erano il mezzo primario di diffusione della musica su larga scala, non vi era, almeno allora, alcuna particolare motivazione nel voler spingere i livelli delle incisioni. Negli anni novanta tuttavia questa tendenza è cambiata ed i CD con livelli di registrazione più alti hanno cominciato a diffondersi rapidamente. Questo grazie anche all’introduzione dei brickwall limiter digitali. Un brickwall limiter è in pratica un compressore che ha un rapporto di compressione molto alto, anche di 20:1 e un tempo di attacco che è il più veloce possibile. Dal momento che il segnale audio, almeno nel dominio digitale, non può superare gli 0 dBFS, utilizzando un limiter con un livello di uscita massima regolata appena sotto lo zero, si possono ridurre in maniera anche drastica i livelli di escursione dinamica di un brano diminuendo di molto la differenza tra le parti con minor e maggior volume. Poiché il volume di una traccia audio digitale non è infinito, ma limitato da una certa soglia, ovvero 0 dBFS, oltre la quale il segnale va chiaramente in distorsione, l’unica maniera per aumentarne il volume percepito, una volta raggiunta quella soglia, è di comprimere il segnale limitandolo appunto con un brickwall limiter. In questo modo si riducono i picchi di dinamica, che quasi sempre corrispondono ai colpi di cassa e rullante, innalzando tutto ciò che sta tra questi ed annullando nello stesso tempo i transienti. Questa tecnica è stata utilizzata anche negli anni passati, ma sempre in maniera piuttosto moderata.

Oggi purtroppo le cose sono cambiate ed è impensabile produrre un disco immettendolo sul mercato senza prima sottoporlo ad un appiattimento molto pesante della gamma dinamica. La prima vittima di un simile trattamento diventa quindi la musica perchè ridurre drasticamente la dinamica del suono significa soprattutto ridurre il linguaggio della musica stessa, uniformandola e facendole perdere così il suo alto valore intrinseco. Anche se chiaramente discutibile, questo metodo può essere accettato per alcuni generi musicali come la dance o la techno oppure per le canzoni pop usa e getta che non hanno ambizioni di durare più di una stagione. Ma se l’obiettivo dell’artista e del produttore è quello di creare qualcosa che duri nel tempo e che possa essere considerato per sempre un classico od un qualcosa che la gente ascolterà anche nel futuro, allora l’utilizzo di una compressione selvaggia diventerà davvero dannoso perchè banalizzando le sfumature e trasformando la canzone in un unico blocco sonoro la renderà da subito poco invitante. Già dopo qualche minuto infatti si manifesterà una certa fatica all’ascolto perchè le nostre orecchie e la nostra mente hanno bisogno di sfumature e dettagli per mantenere l’attenzione e l’interesse. I crescendo musicali, la dinamica, i passaggi dal pianissimo al fortissimo fanno parte del nostro background musicale sin dalla diffusione dei primi impianti stereo casalinghi. Lo scopo primario delle incisioni musicali è sempre stato quello di registrare con la massima qualità e fedeltà la perfomance di un artista sia essa in studio che dal vivo. A tal proposito non vogliamo imbarcarci in discorsi nostalgici, ma più semplicemente vogliamo assumere una precisa presa di posizione ampiamente condivisa da chi ama veramente la musica e ne fa la colonna sonora portante della propria vita.

Purtroppo non la pensano così molti artisti e produttori di oggi che della compressione e dell’uso smodato del brickwall limiter fanno una costante per le proprie produzioni musicali. Questa smodata ricerca del volume è utilizzata spessissimo anche in fase di mastering allo scopo di aumentare di alcuni decibel il guadagno finale del brano, secondo i dettami della loudness war. Tuttavia non solo gli audiofili hanno cominciato a combattere la loudness war ma anche artisti molto famosi che si sono prodigati per cercare di andare contro questa dannosa tendenza. Persino un personaggio come Bob Dylan si è spinto a dichiarare:

Ascolti queste registrazioni moderne e scopri che sono atroci e che hanno un suono che copre tutto. Non c’è alcuna definizione, niente, nessuna voce, completamente senza …dinamica.

Questo è quello che molti acquirenti hanno pensato nel 2008 quando venne pubblicato il famoso album dei Metallica intitolato Death Magnetic. Il livello di masterizzazione del disco è talmente alto che l’album ha un suono piuttosto saturo sia che venga riprodotto su un computer portatile in cuffia sia su un impianto stereo di marca. A causa di tutto questo ci sono stare reazioni e commenti negativi ovunque a tal punto che molti fan hanno fatto una petizione online per far rimasterizzare l’album. Anche Ted Jensen che ha curato il mastering dell’album ha dichiarato:

Provo certamente simpatia per la vostra reazione negativa, sono arrivato a combattere e a sbattere la testa contro quel brickwall limiter ogni giorno. Putroppo in questo caso i mix erano già a livelli altissimi ancora prima che li ricevessi. Basti dire che mai e poi mai mi sarei spinto a saturare le cose nella misura in cui esse sono state pubblicate. Credetemi non sono orgoglioso di essere associato a quest’album. Possiamo solo sperare che qualcosa di buono possa venir fuori da questa situazione con una qualche forma di reazione contro la guerra del volume.

Tornando indietro di qualche anno e più precisamente al 1999, molti fan si lamentarono allora della scarsa qualià sonora dell’album Californication dei Red Hot Chili Peppers pubblicato su CD. Il volume sul CD è così forte che la registrazione soffre di saturazione digitale in maniera evidente al punto che persino gli occasionali ascoltatori sono arrivati a protestare creando una petizione online per la rimasterizzazione dell’album. Un altro caso ecclatante che riguarda un album considerato, e non solo da noi, una pietra miliare della musica rock è Nevermind dei Nirvana. Per celebrarne il ventesimo anniversario l’album è stato pubblicato in versione rimasterizzata. Putroppo, e con nostra grande delusione, anche questo bellissimo disco è stato vittima, in maniera piuttosto pesante, della guerra del volume. Il nuovo remaster di Nevermind è un disastro totale. La dinamica e la trasparenza della release originale sono scomparse, trasformando l’intero album in un pasticcio sonoro. L’impatto tra strofa e ritornello che ha reso famosi i Nirvana è sparito completamente rendendo ciascun brano piatto sotto ogni punto di vista. Il consiglio che possiamo darvi in situazioni del genere è quello di tenervi stretto il CD originale del 1991 o la versione per audiofili pubblicata dalla MoFi.

Conclusioni

Nevermind - Nirvana

Nevermind - Nirvana

Alcuni dicono che la compressione della gamma dinamica contribuisce a rendere le parti silenziose di un disco più facilmente udibili quando si ascolta la musica in ambienti rumorosi come ad esempio in macchina, oppure a tarda notte senza disturbare i vicini. I musicisti dovrebbero sempre chiedersi: perché le loro registrazioni devono essere adattate alle diverse situazioni di ascolto? E perché non implementare un pulsante che attivi la compressione sul riproduttore audio, in auto o a casa e lasciare che sia l’utente a regolare la gamma dinamica? Potrebbe essere una soluzione valida al problema e soprattutto potrebbe porre fine alla loudness war. La guerra del volume finisce putroppo per far sempre un unica e sola vittima, la musica. Quando si evita di comprimere i singoli brani musicali in maniera cosi evidente la dinamica dei singoli strumenti dona alla musica la giusta propulsione ritmica, sia che si tratti di un concerto per violino sia di un brano di musica reggae. Il senso di rilassamento che ne consegue all’ascolto, si pone in forte contrasto allo stress generato dalla compressione pesante. L’ampia gamma dinamica permette invece un coinvolgimento più profondo nella musica, una maggiore facilità nel sentire tutte le parti musicali garantendo sessioni di ascolto decisamente più piacevoli e prolungate. Il senso di spazialità e di percepimento della scena sonora vengono poste maggiormente in risalto contribuendo a portare l’ascoltatore più vicino all’evento musicale riprodotto. Allo stesso modo le basse frequenze mantengono una messa a fuoco e una spinta maggiore, non soffrendo dell’appiattimento che caratterizza i dischi più moderni. Anche le chitarre elettriche hanno una grinta che conferisce loro maggior presenza, ma che mai le rende predominanti su tutto il resto degli strumenti.

Le sonorità che giocano nei registri superiori dello spettro sonoro mantengono la dolcezza armonica che hanno nella vita reale, senza il processo di inasprimento che accompagna la compressione. La stessa aria intorno ai musicisti rimane intatta e dona ampio respiro a tutto il disco. Ci sarà sempre chi in realtà userà la compressione come marchio di fabbrica delle proprie realizzazioni se questo è il suo obiettivo finale. Tali persone dovrebbero capire, però, che c’è un merito nel fare ancora dei dischi che suonano come la musica riprodotta dal vivo. Gli artisti dovrebbe levarsi dalla testa una volta per tutte che i loro dischi, se masterizzati ad alti volumi, suoneranno più forti degli altri alla radio. Robert Orban, CEO e ingegnere capo di Orban ha da dire la sua in merito. La Orban equipaggia la maggior parte delle stazioni radiofoniche negli U.S.A. e in alcuni parti del mondo. Quando un disco viene mandato in onda in radio attraverso le sue apparecchiature il segnale audio subisce un ulteriore compressione, un ulteriore processo di limitazione della gamma dinamica uniformandosi così, come volume, al resto della musica che viene trasmessa dalla radio stessa. In questo modo anche il segnale audio più basso come livello viene portato alla massima resa e quello già pesantemente compresso subisce un ulteriore diminuzione. Queste apparecchiature non sono certo state progettate per rendere la musica migliore di quanto fosse stato fatto in origine. Il processo di trasmissione radiofonica rimuove tutta la dinamica originale della canzone e l’inizio del brano suona allo stesso volume del ritornello.

Maggiore poi è il livello di registrazione del CD originale, più compressa e distorta sarà la sua resa una volta trasmesso on the air. In conclusione vogliamo dire che per fortuna questa loudness war si sta avviando ad una conclusione grazie anche alle forti campagne di sensibilizzazione fatte da siti web come Pleasurize Music e Turn me up!. Entrambi sono organizzazioni senza scopo di lucro che riuniscono insieme gruppi di artisti e professionisti della registrazione audio altamente qualificati allo scopo di pubblicare dischi dall’elevata gamma dinamica. A questo punto vorremmo sinceramente suggerire a tutti gli artisti, produttori e ingegneri del suono di evitare la compressione solo per aumentare il volume delle proprie opere perchè su tutti gli impianti stereo di questo mondo, sia quelli presenti in macchina sia quelli di casa, esiste una manopola che regola proprio il volume di ascolto. Quindi sia che siate dei professionisti che degli ascoltatori occasionali, se davvero volete che la vostra musica sia più alta come volume e vi fornisca in questo modo un maggior impatto emozionale usatela quella benedetta manopola! Sempre!

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